L’assalto ai posti vicino al finestrino della Ryan ormai è un
classico, ci si tuffa cercando di
ficcare il bagaglio a mano spingendo e sbattendo le valigie del vicino. Un volo
economico comporta anche questo. Il viaggio per Siviglia è di circa due ore e mezzo, ci accompagna in
Spagna una baraonda di persone. L’aereo è pieno. Vicino a noi una famiglia: lui
italiano, figlie e moglie spagnole, sivigliane, la più piccola urla, ha un tono
di voce così allucinante da spaccare i timpani, ma anche questo è low cost. Di
fronte a noi un signore brizzolato, litiga con l’hostess che non trovando posto
per il suo bagaglio a mano l’ha spedito in stiva. Il tipo si lamenta con veemenza,
dice che nel bagaglio c’è il suo passaporto e ha paura che possa essere rubato;
l’hostess si affanna a far capire che difficilmente qualcuno può entrare nella
stiva, aprire il bagaglio, e prelevare il suo passaporto. Il
tipo, un po’ cafone non sente ragione, vuole che sia recuperato subito e ….in
volo. Dice che non si fida dell’aeroporto di Siviglia, come se Ciampino è più
sicuro. Aggiunge che lui fra tre giorni dovrà essere a Los Angeles ….lo dice
con voce impostata alzando il tono, tanto per farsi sentire da tutti. Quello
che riceve dall’intero aereo è uno sguardo
di assoluta indifferenza, che se si potesse esprimere con una frase sarebbe “ E STI CAZZI”! L’hostess non riesce a
rassicurarlo e decide di mollarlo al suo posto dove per tutto il viaggio continuerà
a borbottare con moglie e amici. Siamo partiti in una giornata fredda e piovosa
è il tredici Dicembre e non sappiamo cosa troveremo in Andalusia. Sono
preparata ma non troppo, avrei dovuto studiare di più ma questa volta la
valigetta è ancora più pesante rispetto alle altre volte.
Siviglia
Arriviamo puntuali con
la solita picchiata dell’aereo, caratteristica dei piloti Ryan. All’apertura
del portello ci troviamo di fronte a un piccolo aeroporto, scendiamo e ci
dispongono in fila indiana, qui non ci sono neanche i pulmini, camminiamo lungo
la pista, dalla parte opposta un altro gruppo di persone cammina in senso
contrario, prenderanno il nostro aereo per tornare a Roma. L’aria è tranquilla
non fa molto freddo, noi siamo in attesa di un autista che dovrebbe portarci al
parcheggio della macchina che abbiamo affittato. Chiaramente sbagliamo il punto
d’incontro ma nessun problema qui la puntualità è un optional, il tizio si
presenta dopo una ventina di minuti. Francesco ha trovato quest’autonoleggio
fuori dall’aeroporto è per questo motivo, costa la metà. La macchina che ci
assegnano è grandissima è una Ford CMAX nera bellissima. Carichiamo valigie,
sentiamo le disposizioni, dovremo riportare la macchina senza carburante e
partiamo. Francesco ha portato il navigatore. Accendiamo la radio, per noi è un
classico è il primo saluto con cui ci accoglie il paese che ci ospita. In radio
c’è un programma di scherzi telefonici gli speakers si divertono un modo. Che
bella la risata spagnola, è musicale, gioiosa, cristallina, per niente volgare.
Mette gioia sola a sentirla, anche se chiaramente non capiamo quello che
dicono. Seguiamo il navigatore che tanto per farci capire quella che sarà una
costante del viaggio, ci porta uno sprofondo in aperta campagna, nell’assoluto
nulla. Ritorniamo indietro e questa
volta prestando attenzione ai cartelli imbocchiamo una superstrada. L’albergo è
un quarto d’ora dall’aeroporto e a venti muniti da Siviglia. E’ bello grande ed economico, trovato anche
questo su booking. Saliamo, il tempo di lasciare le valigie e partiamo
alla volta di Siviglia. Sono solo venti minuti l’ingresso in città assomiglia a
tutte le periferie spagnole, palazzoni e palazzoni grigi. Cerchiamo il centro,
ma qui ci rendiamo conto che il navigatore ha una viabilità vecchia di qualche
anno. Tutti i sensi unici sono cambiati, e intere zone sono chiuse al traffico.
Sono le 20,00 quando inizia il nostro giro disperato. A questo punto devo fare
un inciso: è assolutamente impossibile entrare con la macchina nelle zone del
quartiere antico, il Barrio Santa Cruz, parliamo della zona della Cattedrale,
Giralda, Alcazar ecc., anche perché i vicoli sono larghi non più di 1,70 metri
e sono in sostanza solo pedonali. Bene, per ragioni assolutamente sconosciute e
che hanno del soprannaturale, noi con una Ford Cmax, enorme (la stessa per cui poco
prima ci eravamo inorgogliti ….), ci ritroviamo tra i vicoli ciottolosi e
spesso chiusi del barrio. Sono travolta
dal panico, autentico panico, qualcosa oltre una crisi di nervi. Vicoli stretti, svolte a gomito, strade con
pochissima luce, passanti che si schiacciano al muro al nostro passaggio,
specchietti che grattano i muri, marce indietro su larghezze di uno, sessanta
con una macchina che arriva a 1’55. Ci vogliono cinque manovre per fare una
svolta avanzando di qualche centimetro per volta. La cosa incredibile è che la
guida dice chiaramente che è impossibile entrare nel barrio con una machina sia
per i divieti sia per l’assoluta impossibilità di girare con un mezzo appena
più grande di una smart. Noi siamo in mezzo a tutto questo, dopo tre o quattro
vicoli non controllo neanche più, Francesco mi chiede se stiamo portandoci via
un muro, ed io senza guardare rispondo di no, la mia crisi di nervi è diventata
assoluta disperazione. Un vicolo è addirittura occupato da secchi della spazzatura,
che rimuoviamo alla chetichella, trainandoli su un marciapiede. La gente che
passa si arrampica sulla nostra macchina facendo acrobazie per passare, ci
sorride con affetto, straordinari questi andalusi, invece di inveire cerca di
aiutarci nelle manovre al millimetro. Capitiamo
in un vicolo cieco, rassegnati a fuggire lasciando la macchina incastrata nel
vicolo. A questo punto entrano in gioco
quelle forze soprannaturali che come ci hanno fatto entrare in maniera del
tutto misteriosa, altrettanto misteriosamente e in maniera assolutamente
insperata ci fanno sbucare all’improvviso in una strada normale. Non crediamo
ai nostri occhi siamo salvi, la macchina non ha un graffio. Il cuore riprende a
battere, sono le ventidue, abbiamo vissuto un’autentica avventura mozzafiato,
Francesco alla guida è stato fantastico, io invece ho ceduto con i nervi.
Usciamo su una piazzetta e parcheggiamo o meglio accostiamo la macchina,
consapevoli che c’è un divieto di sosta,
ma con quello che abbiamo passato una multa, è per noi come un invito a cena
con il sindaco di Siviglia. Siamo sfiniti e affamati, finalmente possiamo
calpestare il suolo andaluso. Siamo in una piazzetta, la serata è dolce, non fa
freddo e arriva una fragranza profumatissima di arancio. Guardo meglio e mi
accorgo che tutti gli alberi dei viali sono pieni di frutti enormi e succosi. Ci fermiamo a un ristorantino, sono le ventitré,
zero ma ci accettano, ci sediamo fuori ed ordiniamo le nostre prime Tapas . Il
cameriere non è proprio felicissimo, ma è cortese, sarà la stanchezza ma sembra
tutto buonissimo, anche se le porzioni sono piccolissime. La cosa più buona è
la birra, una ghiacciatissima, profumatissima CRUZ CAMPO. Andiamo via, mi giro
per guardare il vicolo strettissimo dal quale siamo appena usciti, e sollevati
torniamo in albergo.
Ci svegliamo la mattina dopo con una fitta nebbia. Scendiamo
fa freddino, saliamo in macchina e ci dirigiamo a Siviglia, finalmente di
giorno. Ho letto che qui la tradizione della colazione è con Churros e cioccolata
calda, e noi siamo pronti per l’esperienza. Lasciamo la macchina a un
parcheggio e ci inoltriamo nel cuore della Siviglia antica, nel quartiere della
“ Puerta della carne “lì a pochi passi troviamo una churreria. E’ un negozietto
su strada, il tizio fa filare della pasta attraverso uno strano arnese, e poi la
frigge in un catino d’olio bollente. Davanti a noi i clienti prendono questi
torciglioni fritti sono incartati in buste del pane. Noi ce ne dividiamo uno e
poi ci facciamo dare un bicchiere di cioccolata bollente. Usciamo con questo tesoro
e ci sediamo fuori appoggiando la colazione su un tavolino ancora umido per la
nebbia. I Churros sono buonissimi ed anche la cioccolata è una delizia. E’
ancora fresco e non c’è il sole. Rinfrancati dalla colazione super, partiamo
alla scoperta del BARRIO SANTA CRUZ, questa volta a piedi senza macchina, e ora
non fa più paura.
Percorriamo gli angusti vicoli di ieri sera, con il giorno
sono bellissimi, siamo diretti alla Cattedrale. Mentre camminiamo, sentiamo
della musica che esce da una chiesa. Entriamo, veramente la curiosa sono io,
Francesco mi segue bofonchiando. Dentro è una meraviglia, una chiesa barocca
bellissima, è la Chiesa della Santa Cruz. Oro stucchi e statue incredibili. E’
il nostro primo approccio con questa forma di arte religiosa. Le statue sono a
dimensione umana, vestite con abiti
ricchissimi fatti di velluti , ori , merletti, pietre preziose . I visi sono
scenici esprimono una sofferenza eroica
e bellissima, affascinanti. Hanno lacrime e viso contrito ma non inducono a
sentimenti di pietà o commiserazione , si rimane stregati dalla bellezza delle
espressioni, cosa che non avrei mai immaginato, paurosa ansiosa nonché depressa
quale sono , noto un fascino nella sofferenza che non avrei mai immaginato . I
vestiti sono la cosa più straordinaria , sono incredibili . Chiaramente non
dimentico lo scopo per cui sono entrata , la musica. In questa chiesa barocca
austera piena di statue che sembrano persone pietrificate , quasi un museo
delle cere, ci sono dei bimbetti che cantano e ballano. E’ un asilo che sta
facendo le prove per la recita di Natale , hanno quattro o cinque anni , le bimbe hanno un
grambiulone sopra una gonna , i bimbi hanno i calzoncini al ginocchio e gilè. Sono sull’altare e incuranti della
teatralità dolorosa della chiesa , ballano e cantano ripetendo i gesti della maestra che di fronte
a loro li guida . La musica viene da uno stereo portatile attaccato alla spina
dove si accendono le candele votive che
per il momento sono spente. La musica è
gioiosa ed allegra ed i bimbi si divertono un mondo. Anche le statue dolorose
sembrano rallegrate dalla leggerezza umile e pulita dei bambini. Facciamo
qualche ripresa , questi bimbi riempiono il cuore di gioia . Usciamo dalla
Chiesa che ancora risuonano le canzoncine natalizie. Giriamo un po’ di vicoli
guardiamo e non ci rendiamo conto come abbiamo potuto fare queste strada in macchina , meno male
che era notte .
Dieci minuti ed arriviamo alla Cattedrale di Siviglia.
Austera maestosa , gotica e barocca .Le guide dicono che è più grande di San
Pietro, possibile è un edificio enorme dove ogni cappella è una chiesa. Tanta
oscurità severa termina nell’altare
maggiore con un tripudio di baracco
pomposo e ricco . Sulla sinistra il monumento a Colombo. Enormi soldati
spagnoli di marmo, sollevano un sarcofago dove, però, non c’è il corpo di Colombo
che subì diverse vicissitudini tra furti
e riconsegne agli eredi .Sembra che la sua attuale dimora è un Convento di Siviglia. Anche se Colombo
non c’è il monumento è maestoso e severo . Devo confessare lo guardo con una
punta di orgoglio , era uno di noi un tipico Italiano affabulatore , un po’ furbetto, coraggioso e visionario. Continuiamo la visita, la grandezza della Cattedrale stordisce e
dopo un po’ ci accorgiamo che giriamo a vuoto, Facciamo le foto, la più bella è
quella davanti ad un enorme specchio
concavo messo in maniera strategica riflette le nostre immagini con alle spalle
la magnificenza barocca dell’altare maggiore, sembriamo dentro un quadro.
L’aspetto scenografico è incredibile, la teatralità di questo popolo è in
qualunque cosa fanno, sono sempre protagonisti nel divertimento e nel
dolore con la fierezza, un po’ sopra le
righe.
Dopo questi scatti decidiamo di andare a vedere la meraviglia
di questa cattedrale , la torre campanaria ….LA GIRALDA. Usciamo da un’uscita
laterale e ci incamminiamo dentro la torre. Non ci sono scalini ma ben 37 rampe
che salgono sino alla cima e che tolgono
il fiato . Francesco cerca di motivarmi dalla 16° rampa in poi mi dice è l’ultima.
Arrivo senza fiato in cima, ma ne valeva la pena. La vista di Siviglia
dall’alto è meravigliosa, quello che abbiamo scalato era il Minareto di questa
città governata dagli arabi, da qui il Muezzin chiamava alla preghiera, ora è
una torre campanaria con tanto di marchingegni che governano enormi campane di
bronzo. La vista di Siviglia è bellissima, è passato un anno ma quello che vedo
mi riporta ai tetti di Marrakech. La parte antica di Siviglia ha conservato
tutto, le terrazze al posto dei tetti, su una scorgo addirittura una piscina, calce
bianche sui muri, meravigliosi patii nascosti. Mi godo la brezza di un dicembre
dolcissimo e guardo in lontananza il Guadalquivir, il grande fiume che
attraversa Siviglia, che si snoda per la città. Facciamo la nostra intervista nel mezzo di una
scolaresca vociante, e riscendiamo lungo la Giralda guadagnando l’uscita. E’
quasi l’una, un po’ presto per pranzare secondo le abitudini spagnole, ma noi
abbiamo fame. Troviamo un bar ristorante segnalato nella nostra guida, è il Bar
GIRALDA. Siamo soli nel locale, seguendo
qualche consiglio e ordiniamo: pymentos straordinari ed enormi peperoncini
rossi ripieni di carne, una delizia. Patate stufate con dell’ottimo salmone
pieno di maionese e spolverata di erba
cipollina. Le patate “Domingo”, patate lessate incise verticalmente con dentro
fettine di camon serrano, il tutto irrorato da un sughetto di cipolle e vino
bianco , ottimo. Non contenti ordino il polpo alla griglia, ma non è
all’altezza della pulperia di Barcellona, e un uovo fritto affogato in una
ciambotta di porri, zucchine, e peperoni. Chiaramente i Sivigliani prendono uno
solo di queste piatti per un pranzo, abituati a fare uno spuntino senza mai
abbuffarsi. Noi invece abbiamo fatto proprio questo, ogni piccola singola
porzione per noi è diventata un semplice antipasto, i camerieri ci guardano un
po’ tra lo stupito e il divertito. Non c’è niente da fare le nostre abitudini
italiane contemplano il pranzo e la cena e non degli stuzzichini. Mentre ci rimpinziamo,
leggo su una parete che questo locale era un antico bagno turco, ci sono le
piastrelline azzurre e verdi a mosaico, e le volte sul soffitto. Usciamo
notevolmente appesantiti, ma sazi e contenti. Ora ci aspetta l’Alcazar, la dimora
dei signori arabi della città.
Entriamo nel primo
pomeriggio con un sole caldo e morbido, varcata la soglia, lasciamo un mondo
per essere trasportati nelle residenze delle favole arabe. Sono visioni d’incomparabile
bellezza, portici, patii, fontane, giardini privati, stanze, mosaici
meravigliosi. Non parliamo ci lasciamo dalle sensazioni, i miei gridolini riempiono
ogni anfratto che scopro, e in quell’attimo diventa mio. Entriamo nella zona dell’Harem
che in arabo vuol dire luogo proibito, una piccola città dove abitavano,
sorvegliate da eunuchi centinaia di donne. Un luogo di lusso e ricchezza, dove erano
trattate come preziosi uccellini in gabbia. Eppure penso come in quel contesto,
la vita nell’Harem poteva essere estremamente piacevole . Una prigione dorata,
certo, ma ricca di vestiti meravigliosi, gioielli preziosi, trastulli oziosi,
piscine e saune, massaggi, musica, penso che per alcune poteva essere un punto
di arrivo , dove con un po’ di furbizia si poteva costruire una piccola fortuna. Il termine schiava, mi sembra improprio, e fra
tutte le sciagure di questa condizione, penso che la peggiore fosse di avere a
che fare con altre, due donne possono essere amiche, in tre diventa già un
problema, figurarsi in 800! Rivalità, fazioni,
congiure, dispetti, cattiverie, invidie, questo poteva rendere la vita
impossibile. Entriamo nel patio delle Donzelle ambiente magico costituito da
archi, mosaici e da canali d’acqua sul pavimento che portano a una fontana al
centro. L’acqua vi scorre leggera, continua. Queste fontane e canali li ritroverò
in tanti altri posti in questo viaggio, l’acqua scorrendo in questa stanze
diventa una musica dolce e continua una filastrocca che rapisce il cuore. Mi
sforzo di tornare alla realtà, e mi costringo a leggere un po’ di storia. Il
nome del patio ricorda un odioso pagamento costituito da 100 vergini cristiane
che erano donate al signore arabo. Le ragazze sfilavano lungo la passarella,
pronte a entrare nella prigione dorata dalla quale non sarebbero più uscite. La storia non è bella parla di soprusi ai
danni delle vittime di sempre: le donne. Eppure anche questa volta, mi lascio conquistare
dalla bellezza e dalla favola di questo posto, mi piace immaginare queste
ragazze diventare delle splendide principesse arabe, mi piace immaginarle
felici, mentre si trastullano nei giardini ascoltando musica, o si rilassano nei
Bagni, dopo una sauna o un bagno turco,
magari massaggiate con essenze ed olii
profumati….. ma probabilmente la realtà fu un’altra . Continuo la mia visita al
palazzo. Le stanze all’interno dei patii sono piccole e curatissime, segno
evidente che la maggior parte della vita era vissuta all’esterno. Usciamo nel
fantastico giardino della Signora, la sultana, e qui con Francesco ci
dividiamo, io seguo profumi e colori. Costeggio un’enorme vasca esterna, dal
tetto dell’edificio che la sovrasta, si butta una piccola cascata d’acqua. Cammino per il giardino scoprendo angoli che
creano piccoli labirinti, e guidata dal profumo scopro un gelsomino alto 3
metri, è fantastico, i fiorellini bianchi sono piccole orchidee lattee e
carnose. Non resisto ne mangio due, mastico i fiori con lentezza, voglio
mangiare un profumo voglio che faccia parte di me. Questi piccoli fiori hanno sempre rapito i
miei sensi procurandomi stati d’immenso piacere. L’iniziale sapore amaro è coperto
dal profumo che dalle papille gustative sale verso il naso e la testa, è un’esperienza
unica e conturbante. Continuo a girare tra le piccolissime fontanelle e canali
che gorgogliano a terra, e scopro per caso una serie di panchine davanti ad una
simpatica vasca con dei bellissimi papiri. Mi siedo per raccogliere le
emozioni, quando all’improvviso la fontana si “accende”, e un organo ad acqua
incomincia a suonare una musica allegra. Sono stupita, mi alzo e scopro l’ingranaggio,
l’acqua scorre e l’organo suona. Mi rimetto seduta e chiudo gli occhi, penso
alla grandezza degli architetti arabi, impegnati a ricreare la bellezza, con
colori, forme, geometrie, piante, fiori, suoni. La musica mi porta lontano e immagino
svolazzanti e preziose vesti che girano tra questi giardini, signore velate che
godevano di queste meraviglie . Mi alzo
a forza e recupero Francesco, anche lui abbandonato all’estasi su una panchina,
questo posto è proprio magico, lo porta all’organo ad acqua, la musica è
terminata, si deve ricaricare il meccanismo. Continuiamo la nostra passeggiata
nel giardino e scopriamo eccitanti alberi di frangipani , dal profumo intenso
ed agrumato, ed alberi , dico alberi, di
stelle di natale. Siamo a dicembre, penso
alle insulse piantine delle nostre parti, rachitiche e piccole destinate a
morire di freddo nell’arco di qualche settimana. Niente a che vedere con questi
alberi dai fiori enormi, il caldo qui rende giustizia a questa pianta tropicale,
la fotografiamo sbalorditi e perduti nella loro bellezza. Attraversiamo il parco,
una ragazza con cavalletto, colori e sgabellino sta dipingendo il giardino, la
invidio tantissimo. Nel giro troviamo altre fontane, queste sono grandi con
statue di animali, ne fotografiamo una, dove nuotano dei pesci rossi enormi,
sorvegliati da un grande orso di pietra. Arriviamo dalla parte opposta c’è una
piccola dependance riccamente decorata a mosaico, tra le tipiche piastrelline,
le azuelos, ve ne sono alcune con animali mitologici, scopro centauri, unicorni,
ma anche segni astrologici, questo posto è delizioso, ed anche qui c’è una fontanella
piccola con canaletto a terra. Siamo storditi, usciamo da questo posto a fatica,
giro lo sguardo salutando con amore e nostalgia e nel farlo mi accorgo
dell’ultimo regalo che mi riserva l’Alcazar, sotto i miei piedi, un mosaico di
pietra, è un enorme margherita, con lunghi petali che prendono tutto l’androne.
L’emozione è forte, la margherita mi riporta indietro di quaranta anni, è
identica da quella voluta da mio padre nel patio esterno della nostra casa a
Cefalù, la dimora dei miei sogni, dove ho passato per venti anni le mie estati.
Questa casa fu costruita e arredata in stile moresco, con patio, archi e
mosaici e tra questi mosaici, una grossa margherita sul patio davanti alla
casa. Mi accorgo solo ora della stranezza di questa scelta, la mia famiglia non
ebbe mai rapporti con il mondo e l’arte araba eppure ora mi trovo sulla stessa
margherita su cui ho giocato, camminato conversato ballato per venti anni. Mi
soffermo, ancora un momento, Francesco mi guarda un po’ incuriosito, non riesco
a trasmettere i sentimenti che provo, sento brividi lungo la schiena. Certe
cose sono difficili da raccontare.
Decidiamo di uscire
storditi da tanta bellezza, questa sera ci aspetta il flamenco, nell’attesa
chiedo a Francesco di portarmi vedere la via dello shopping di Siviglia, Calle
Sierpes. Questa richiesta scatena il muso di Francesco convinto di poter
evitare quello che Lui considera un autentico supplizio. A me, questo atteggiamento,
scatena la rabbia. E’ incredibile con quale facilità abbiamo dimenticato la bellezza,
la pace, la fiaba dell’Alcazar. Ripassiamo davanti alla cattedrale e la
costeggiamo sul lato destro, dove si apre un allegro mercatino di Natale. Qui
il presepe è una cosa seria ci sono pastorelli di tutti le fogge, misure e
colori, i più belli sono quelli con tratti e vestiti arabi, stupendi! Niente
Madonne bionde e bambinelli con occhi cerulei , o San Giuseppe con barbe rosse.
Questi sono proprio con tratti e colori nord africani, esattamente come dovevano
essere i vecchi signori di questo posto e di come dovevano essere realmente i
protagonisti del Natale. L’umore di Francesco è nero e non mi permette di
comprare niente, neanche quei pali da appendere alle finestre con il bimbo
della Feliz Navidad. Attraversiamo una piazza e iniziamo a percorrere Calle
Sierpes. Siamo quasi alla vigilia di Natale ed è piena di gente, i negozi sono
belli ma carissimi. Francesco mi segue come uno zombi, si riprende solo in un negozio
di cose assolutamente inutili. Qui scova un’utilissima bilancina pesa valigie,
per noi una salvezza, considerando che il peso dei bagagli è il nostro cruccio
ricorrente ogni volta che partiamo con Ryan Air. Dopo l’acquisto ritorna nello stato catatonico
e cattivo degli zombi. Condizione che lo porta quasi ad azzannarmi quando mi
fermo per comprare da un ambulante un misto di mirra, incenso e fiori
d’arancio. Sono inutili le mie ragioni
“romantiche” riportare a Roma il profumo di questa città. Il mio shopping nella
via principale di Siviglia si ferma qui, impossibile avvinarsi a negozi di
mantiglie, pettini, vestiti, scarpe per flamenco, spille e fermagli, sono
sicuramente opere d’arte ma costano quanto Bulgari. Ritorniamo dopo questa
deludente e irritante seduta di shopping verso il Barrio che per noi non ha più
segreti. Abbiamo comprato i biglietti per questa sera evitando attentamente la
paccottiglia turistica. Questa sera abbiamo prenotato presso un’associazione
culturale che riserva pochi posti (30) con allievi e insegnati di musica, ballo
e canto flamenco. Lo spettacolo inizia alle 21,30 ma bisogna essere lì mezz’ora
prima, decidiamo quindi di andare a cenare al ristorante “da Modesto”. Sarà per
l’orario le 20,00 sicuramente troppo presto per le abitudini spagnole, ma il
locale non ci convince per niente, siamo i soli clienti, è già questo mi mette
una tristezza incredibile, ma anche il cibo è assolutamente “modesto”.
Usciamo insoddisfatti, arriviamo al Barrio e alle ventuno puntuali
entriamo nel palazzo che ospiterà lo spettacolo. Il palazzo è un’antica dimora
araba, tanto per cambiare, bellissima. All’interno del patio solo una pedana in
legno, trenta sedie intorno, e quattro lampade arabe a olio posate a terra.
L’atmosfera è magica, le fiammelle dei lumi illuminano il palco in maniera
morbida e fioca, sopra di noi un cielo stellato meraviglioso. In silenzio
attendiamo l’arrivo degli artisti. Sono contenta di essere in questo posto non
avrei sopportato la carnevalata turistica, qui è una cosa seria c’è un calendario
mensile con il nome dei vari artisti che si esibiranno. Gli spettatori sono
quasi tutti spagnoli. Un ragazzo sale sul palco e spiega che non potranno
essere fatte riprese, saranno solo consentite delle foto, gli ultimi cinque minuti
di esibizione. Peccato avevamo già
preparato telecamera, va bè scatteremo foto. Entrano quindi due uomini uno biondo, l’altro
bruno con una piccola barbetta, sono vestiti con pantalone, camicia e scarpe
nere. Il biondo occupa posto su uno dei due sgabelli e incomincia a suonare la
chitarra, la musica è cantilenante, il moro ogni tanto dice un OLE’ e batte i
tacchi sulla pedana. Non riesco a capire se è casuale o risponde a passaggi
precisi della musica o segue una sua ispirazione, sta di fatto che a occhi chiusi
quasi rapito da una visione estatica, torna tra noi con queste due azioni. Guardo
Francesco, siamo preoccupati ci diciamo “ sarà tutto così?”……Va bè che non
volevo la carnevalata, ma se è tutto, così è un po’ una palla. Non finisco di
dire questo che all’improvviso il moro incomincia un lamento gutturale che
sembra uscire dalle profondità della terra.
A occhi chiusi, con la faccia contrita continua il suo lamento cantato.
Dopo un primo brivido iniziale, ci viene da ridere, il tipo canta facendo
smorfie incredibili, sempre a occhi chiusi dice frasi incomprensibili
allungando a dismisura tutte le sillabe delle parole, afferro qualcosa che assomiglia
a un “ Jo rosicooooooo” e lì mi becco una spallata di Francesco che a stento si
trattiene dall’esplodere in una fragorosa risata. L’idea di stare in prima fila
non è stata una grande idea. Guardo gli altri spettatori e tutti sono coinvolti
nel dolore esistenziale della canzone flamenca, siamo proprio due ignorantoni a
noi provoca un riso irrefrenabile. Mi mordo le labbra, e chiedo con occhi
supplici aiuto a Francesco che fa finta di mettere a posto qualcosa in borsa
per non farsi vedere. Il tipo continua a cantare tutte le disgrazie, suppongo
amorose, a me fa venire in mente Asterix in Iberia, dove Goscinny e Uderzo avevano
disegnato in maniera fantastica questa situazione rendendola assolutamente
buffissima. Finiscono il pezzo e senza ringraziare il pubblico si girano l’uno
verso l’altro e si ringraziano alzando la mano destra in alto con forza a mo’ di saluto , gesto intenso e fiero . Si
rimettono seduti e ricomincia il lamento, Qualcuno mi aiuti sto per perdere il
controllo, a salvarci da un lato del Patio sbuca Maribel, la ballerina di
Flamenco. E’ una signora sulla quarantina, bellissima, ha un corpo affusolato
racchiuso in gonna lunga con le ruche, e una camicetta bianca stretta in vita
da una fusciacca che circonda un vitino incredibile. I capelli sono raccolti
con cura ed eleganza sulla testa, con una morbida onda su un lato fermata da
fermaglini di strass, ai piedi delle
incredibili scarpette di marocchino. L’abbigliamento è serio, elegante e
composto, niente scollature audaci, o vestiti a pois squillanti e finti. Lei guardandoci negli occhi incomincia a muovere
i piccoli piedini accompagnandosi da evoluzioni delle braccia e delle mani che
disegnano nell’aria ricchi arabeschi. Sono stupita ed estasiata, la postura, i
movimenti delle braccia, della testa, hanno qualcosa di regale inarrivabile per
grazia e bellezza. Ma quello che mi rapisce sono i piedini che fanno cose incredibili è come se vivessero di vita propria , staccati
dal corpo di cui non sentono il peso. Nella danza, sbattono, si attorcigliano,
scivolano sulla pedana incuranti di qualunque legge fisica. Maribel sembra non
essere la padrona di quei piedini e si lascia trasportare, la sua espressione è
fiera e seria. Orgoglio, dignità, forza, bellezza, i movimenti sono un
linguaggio che mi piacerebbe capire fino in fondo seguono la melodia della
canzone. Certo c’è una grande differenza tra l’uomo che si lagna cantando, e la
forza della danza della ballerina. Continuano i saltelli, piroette, balla
persino sulle punte, e sui tacchetti, incrocia i piedi, ed ad un tratto fa dei
passettini piccolissimi, che danno l’idea che stia scivolando su una lastra di
ghiaccio. Maribel entra ed esce dalla
scena mentre i due giovani uomini cantano e suonano. Non possiamo riprendere
con la telecamera, la cosa è assurda, so che non troverò le parole adatte per descrivere
la magia a cui stiamo assistendo. E’ una grande ballerina, scopriremo che è una
famosissima artista che ora insegna all’Accademia di Flamenco. Il concerto
volge al termine è strano ma con il passare del tempo siamo catturati dal canto
e dalla musica che incomincia ad avere spessore e significato, Maribel con la
sua danza ha veicolato il suono rendendolo comprensibile a noi profani. Ci avvisano che possiamo fotografare, Francesco
fa il furbo e riprende con la macchinetta fotografica. Pochissima roba rispetto
a quello che abbiamo visto. Usciamo dal Patio, Francesco mi dice che assistere
a questo spettacolo gli ha fatto bene, sente di aver recuperato forza e
vitalità, forse incomincio a capire il senso del Flamenco. Dolore e sofferenza, nel canto e ballo,
diventano forza e reazione, vitalità e orgoglio, uomini e donne diventano guerrieri
eroici contro il fato che mai li doma o annienta. Ok batto anche io i piedi sul
ciottolato, reagisco, e poca importa se sto camminando lungo il Barrio, questo
è il momento per farlo, vivo l’onda di questa grande emozione. Torniamo verso l’inizio di Santa Cruz e ci
regaliamo per festeggiare la serata un’altra Cruz Campo e l’ultima Tapas del
Dia: petti di pollo a bocconcini, affogati in un sughetto delizioso. La Cruz Campo
gelata alle 23,00 è un’estasi di piacere, giusto corollario a tutte le emozioni
forti di questa giornata. Riprendiamo la macchina che avevamo lasciato dalla
mattina al parcheggio, dopo l’esperienza di ieri sera con il tour automobilistico
del terrore. Costo per l’intera giornata, 10 euro, tutto sommato pochi. Il tizio all’ingresso non ci fa pagare alla
macchinetta e si intasca i nostri soldi facendoci uscire con un suo biglietto sgualcito
e sbiadito, buon per Lui ….Olè. Torniamo in albergo sfiniti, abbiamo comprato dei dolcetti ad un
forno a Calle Sierpes domani saranno la nostra colazione con un succo di
frutta. Siviglia ci ha conquistato e prenotiamo per un’altra notte. Questa
città è fantastica e merita di essere visitata con più calma. Ripenso a quei
piedini i miei sono a pezzi, quelli di Maribel sembravano animati da forze
sconosciute.
Ci svegliamo e pianifichiamo il nostro giro, oggi ci aspetta
la Macarena. Il quartiere è famosissimo, è quello dei gitani Noi chiaramente ci
finiamo dentro con la macchina, anche qui stradine e vicoletti, ma per fortuna
niente a che vedere con Santa Cruz. Ci allontaniamo a fatica , e cerchiamo un
parcheggio fuori dal dedalo di viuzze.
La zona non è bella è un quartiere popolare senza particolari attrattive.
Parcheggiamo senza paura e senza ansia ad un 1 Km. Ci mettiamo in cammino, qui gira
un’umanità fatta d’immigrati e gitani. Sento caldo, il cappotto qui è di troppo
e ventitré gradi si sentono tutti. Decidiamo quindi di entrare in un negozio
dei “cari amici cinesi”, come li chiama Francesco, è lì improvviso il mio guardaroba
sivigliano: giacchetta corta, stivaletti bassi, (e non i miei pesantissimi
stivali lunghi). Esco con gli acquisti e ritorniamo in macchina, dove mi
cambio. Finalmente alleggerita, ritorniamo sui nostri passi, questa volta
diretti alla Macarena. Attraversiamo uno stradone e ci ritroviamo negli ormai
noti vicoletti sivigliani che portano a delle spettacolari mura moresche. Sono
una meraviglia, risplendono di una luce arancione sotto un sole caldo e luminoso.
Seguendo le mura attraversiamo un arco e ci troviamo di fronte alla chiesa
della Macarena. Non è una chiesa grande e non è antica, tutta in calce bianca
all’esterno, ha uno stile neobarocco. C’
è tanta gente fuori ed avanziamo a fatica. All’interno vediamo qualcosa di
assolutamente sbalorditivo, davanti a noi in mezzo alle tantissime teste
scorgiamo in cima ai gradini dell’altare la più straordinaria ed incredibile
Madonna: la Macarena. E’ bellissima, in piedi sotto l’altare riceve il bacio sulle
mani da parte dei fedeli in coda. E’ il bacio della Speranza. La Macarena è ad altezza
naturale vestita ed ingioiellata, sembra che scruti le persone da cui riceve un
bacio, accanto a lei persone in divisa puliscono le dita dopo il bacio con un
candido fazzolettino, sono della confraternita della Macarena. La guardo e non
riesco a definirla una statua, qualche viaggiatore prima di me l’ha descritta
come una Bambolona in piedi. E’ truccata, con un pomposo manto in velluto e oro,
il vestito tempestato di pietre preziose, ha dei gioielli incredibili, prima
fra tutti una Corona stratosferica, degna di una regina araba, ma ha anche
spille di diamanti, alcune delle quali donate da Toreri per grazia ricevuta ...
La Signora in piedi sembra altissima, come se fosse reale e
viva è lì impettita pronta a ricevere i
baci dal popolo suddito. La Chiesa è piena di gente, c’è un battesimo
collettivo che per fortuna è al termine, a breve la Signora sarà restituita
alla devozione del suo popolo. Qualcuno percorre il breve tragitto che porta
all’inizio dell’altare, in ginocchio, qui si chiedono grazie importanti, qui,
si arriva carichi di speranze. Ci mettiamo in fila, va prima Francesco, poi
andrò anche io, anche se mi sento in difficoltà, ho la gonna corta e mi sento a
disagio. Ma qui non ci fanno caso. Francesco china la testa e bacia le mani che
sono ad altezza della vita. Dopo il bacio prontamente il signore accanto alla
statua pulisce con il fazzolettino le dita della Macarena. Cerco di fotografare, ma le teste mi
sovrastano, quando tocca a me, avviene il “cambio della guardia” Il signore
accanto alla Macarena ha finito il turno e cede il fazzoletto ad un altro, ma
non va via senza aver baciato come un innamorato, le mani della Bella Signora. Arriva il mio turno e decido di fare una cosa
diversa abbasso la fronte e sfioro con il capo le mani, forse cerco
protezione. Nell’abbassare la testa,
guardo la Macarena, è di una bellezza sconvolgente, mi accorgo che sul volto ha
delle grosse lacrime che splendono, (sono dei diamanti), è una Regina dolorosa,
come quasi tutte le statue andaluse, ma no ha niente di straziante, è un dolore
fiero che dà forza. Mi sovrasta, è incredibile, magnetica, provoca emozioni
fortissime. Usciamo dalla Chiesa e vado a prendere un ricordo nel negozio di
souvenir. Due signore, all’interno, si intrattengono in una conversazione fiume
con la commessa. Qui siamo in Spagna il tempo è assolutamente relativo, poco
importa che è quasi l’una, qui prima delle due non si pranza. La signora parla,
parla, per ingannare l’attesa provo a capire cosa si stanno dicendo e scopro
che si stanno confrontando con la commessa su che tipo di sguardo aveva la Macarena
mentre le erano baciate le mani. La signora dice che aveva lo sguardo dolce e
amorevole, la commessa conferma il fatto che la Macarena guarda ognuno con uno
sguardo diverso ……Potere della fede e della suggestione. Ripenso all’incrocio
dei nostri sguardi, quello che mi è arrivato aveva un che di stupito, forse
poggiare la fronte non è stata una grande idea, come al mio solito ho fatto di
testa mia stravolgendo il rito e la tradizione.
Compro un ricordo, ed incuriosita chiedo a Francesco che impressione
aveva avuto guardando la Macarena, mi dice che aveva uno sguardo dolce sorridente
e divertito, con Francesco non potrebbe essere diversamente…. Ci penso su, voglio tornare e rispettare la
tradizione, ma è l’ora di pranzo e bisogna cercare un posto. Facciamo un giro,
ma nei vicoli adiacenti non troviamo nulla d’interessante, stiamo quasi per
desistere, quando sul proseguimento della via della Chiesa della Macarena,
troviamo un locale con delle botti sulla strada dove fanno i famosi panini spagnoli,
i Montaditos. Il posto non è proprio
economico, ma i panini con il formaggio e camon serrano sono ottimi, e poi la
Cruz Campo, servita con la giusta temperatura da zero gradi a -2, è favolosa.
Mi guardo intorno ci sono solo uomini che bevono, sul muro oltre a manifesti di
corride, ci sono tutta una serie di fotografie della Madonna della Macarena, e
della Semana Santa momento in cui la Macarena esce su un carro incredibile portato
a braccia dalle persone della confraternita e cammina tra il suo popolo che le
urla “ Guappa”. Penso al potere di questa statua, alimentato dall’energia di
tutte le persone che sfilano giorno dopo giorno davanti a Lei. Guardo le foto e scopro che la Macarena ha
anche un ricco guardaroba, infatti, cambia d’abito secondo le occasioni. Io l’ho
vista con un vestito bianco e oro tempestato di pietre preziose, ma dalle foto
vedo che ha un abito nero, probabilmente indossato durante la Quaresima, uno
rosso e uno viola. Mangiamo i panini e ci rilassiamo, anche se sono pronta a rifare
il giro. E così una volta usciti dal locale, rientro in chiesa dove continuano
sfilare i devoti. E’ cambiato il picchetto d’onore accanto alla Signora. Mi
riavvicino e questa volta sfioro con un bacio le mani, chiaramente guardandola
prima negli occhi, questa volta la Macarena ha lo sguardo è un po’ scocciato,
come dargli torto, sono una grande rompiscatole…. è bellissima ……. Do un ultimo
saluto alla Macarena, raccomando come al solito tutto e tutti, ed esco. Indimenticabile questa mattinata. E’ il primo
pomeriggio e decidiamo di andare a vedere Triana il vecchio quartiere di
pescatori, di là dal Guadalquivir .
Giriamo un po’ per il parcheggio, io sono alla caccia di un
negozio, parcheggiamo non proprio vicino e ci incamminiamo lungo fiume, ci sono
casette carine che costeggiano l’argine che si chiude su un ponte con un
graziosissimo barretto con sedie ed ombrelloni. Mi piace tantissimo il sole è
dolce ed indugia sulle persone che mollemente si rilassano bevendo qualcosa al
bar. Ritorniamo verso il quartiere e passeggiamo sulla via principale piena di
negozi, trovo Mary Paz la catena economica di negozi di scarpe, la collezione
estiva era un amore quella invernale fa cagare. Continuo a passeggiare, è una
via commerciale e davanti ad un negozio di scarpe per bambini non resisto e
compro un paio di scarpettine di flamenco alla bimba della mia collega.
Irresistibili, per fortuna non ho nipotine o in questo viaggio mi sarei
rovinata. Mangiamo qualcosa ma sono le
quattro ed i tipi del bar devono aver esaurito ogni voglia di lavorare siamo
nel pieno della siesta e le cose che prendiamo sono pessime. Cerco un altro negozio è storico vende
mantiglie ed altri oggetti da flamenco. E’ così storico che nel frattempo ha
chiuso! Il sole ormai sta tramontando e si allungano le prime ombre della sera.
Decidiamo di andare a vedere la Plaza de Espana, non faceva parte dei nostri
programmi, anzi io non l’avevo proprio presa in considerazione è un idea di
Francesco ma si rivelerà felicissima.
Arriviamo passando per
il centro e senza sapere come parcheggiamo a 10 metri dalla piazza. Rimaniamo senza fiato è fantastica, molto
grande ha un laghetto con al centro un isola collegata ai laterali da
ponticelli graziosissimi sotto cui passano barchette che si affittano ad un
piccolo pontile. L’isoletta al centro è piena di lampioni tutti maiolicati
secondo la tradizione andalusa con dei colori stupendi. Intorno sui laterali una
serie di quadri di mattonelle di maiolica. Ogni quadro propone le città della
Spagna, in ognuna ci sono le caratteristiche che le contraddistinguono. Inizia
un gioco tra me e Francesco, cerchiamo le città della Spagna che abbiamo visitato,
troviamo Valencia, Alicante, Sant’Ander, Pamplona, Barcellona, Siviglia, e le
città che vedremo nei prossimi giorni, Granada e Cordoba. Poi vediamo tutte le
altre, questi grandi quadri circondano tutta la piazza e culminano con l’adorata
Siviglia. Fotografiamo come folli. Siviglia ci ha riservato l’ultima grande
sorpresa, un regalo bellissimo. Che città meravigliosa!
Torniamo verso l’albergo cercando, lungo la strada, un posto
dove cenare, Francesco ha trovato qualche indirizzo, ma capitiamo in una grigia
periferia, c’è persino una tizia che scende in pigiama per strada per buttare
la spazzatura. Scappiamo convinco Francesco a passare per Corte Ingles, la
grande catena spagnola tipo, la nostra Rinascente. Sono curiosa voglio vedere com’è.
Provo qualche vestito per Capodanno ma non mi sento ispirata. Riprendiamo la macchina, Francesco sta
cercando un altro locale usciamo da Siviglia e ci dirigiamo a Italica la città
romana di origine fenicia, dove nacque Adriano.
E’ notte non si vede niente, le rovine saranno anche belle, ma la
cittadina è solo un paesotto triste. Torniamo verso l’albergo, dobbiamo ancora
cenare sono le 22,00. Sotto l’albergo
c’è uno strano locale, anche questa sembra una pescheria, invece è come il locale
di Barcellona, ti scegli il pesce e loro te lo cucinano. Entriamo siamo i soli clienti, a me questa
situazione mi dà sempre un po’ fastidio, non mi piace, ma bisogna cenare.
Ancora una volta non siamo gli ultimi ma i primi! Scegliamo il pesce per una
frittura. Sono acciughe, piccole triglie calamari e gamberi, ordiniamo anche un
vino bianco ghiacciato, potremmo prendere anche solo un bicchiere ma non ne vale
la pena, andiamo per un’intera bottiglia. E’ buonissimo, insieme alla frittura,
Francesco si fa portare anche olive e capperi freschi. Entrano dopo una decina
di minuti, una comitiva di uomini, mi dà l’idea della cena tra colleghi prima
di Natale. Occupano posto, e poco dopo entrano enormi fiamminghe cariche di
pesce crudo, un vero e proprio tripudio di ostriche, calamari, ricci, ricciole
gamberi, e vari conchiglioni, tutto accompagnato da enormi boccali di
Cruz-Campo gelata. Li osservo ormai completamente stordita dal vino, che mi fa
il solito effetto, abbatte ogni mia barriera e mi rende allegra e felice. Ho
ancora fame e c’è ancora vino, ordiniamo dei gamberi alla plancia (alla
griglia). Sono gamberoni reali, sono su di giri e non capisco più niente,
mangiamo benissimo e beviamo ancora meglio. Non so come farò a tornare in
albergo che per fortuna sta praticamente a fianco. Pesce e vino bianco in
quantità hanno per me l’effetto di un fungo allucinogeno (non l’ho mai provato,
ma se sballa così, è una meraviglia). Perdo ogni freno e non so neanche come
faccio a tornare in stanza, spero che non ci siano telecamere nascoste. Mi sveglio
la mattina dopo con la testa che pesa un quintale. Prepariamo le valigie
prossima tappa, Granada. Mentre prendiamo il raccordo saluto Siviglia, penso al
saluto dei due tipi alla sera di Flamenco in questa immagine è racchiusa la
Siviglia, fiera, orgogliosa, tragica, magica e mai doma. Detto tra noi tutta la sofferenza e tragicità
della vita la superano alla grande, mangiano, bevono, ballano, vivono con “mucho
gusto”. Rimpiango di non avere comprato il telo della Felix Navidad, quello con
il bambinello con i capelli neri che assomigliava tanto a Claudio, un tipico
bimbo gitano dai tratti arabi.
Granada
Arriviamo a Granada alle 14,00. Qui la temperatura è
completamente diversa, fa veramente freddo, del resto siamo sotto la Sierra
Nevada, carica di neve. L’albergo è carino, accanto il ristorante. Ormai lo
sappiamo entrare a pranzare alle 14,30 è normale in Spagna. Infatti, siamo come
al solito i primi anche se a ruota entra un gruppo di donne più altre persone,
ed il locale si anima. Mangiamo con dieci euro, qui non ci sono Taperie ma veri
ristoranti, non si stuzzica, si mangia bene e tanto. Ci alziamo che potremmo
rotolare dall’alto dell’Alhambra. Ed è
la prima cosa che facciamo, controlliamo la strada che faremo domani. Saliamo per una strada tutte curve, troviamo
l’ingresso dell’Alhambra, proseguiamo fino ad arrivare ad una vecchia stradina
moresca che scende sotto un albergo stupendo. Questa strada è una delizia,
strettissima, pedonale, tutte curve, scende a Granada costeggiando muri in
calce bianca da cui si affacciano rami di buganvillee, gelsomino e aloe. E’
freddo in questo periodo si vede solo qualche timido fiore, ma deve essere uno
spettacolo in giugno, quando tutto fiorisce. Vorrei fare la stradina fino a giù,
ma la discesa non è corta e poi sarebbe impensabile risalire per riprendere la
macchina. Faccio solo qualche curva e torno indietro. Riprendiamo la macchina e
scendiamo in città. La città è incasinata dal traffico e a un primo sguardo ci
sembra meno bella di Siviglia. Lasciamo la macchina a circa un chilometro e mezzo
dal centro. A me scappa la pipì, sarà il freddo tagliente, entro di corsa in
Corte Ingles, Francesco entra poco dopo e rimane stupito dalla velocità con cui
risolvo il mio problema, nel giro di cinque minuti trovo i bagni. Del resto dopo trentacinque anni di onorato
servizio nello shopping compulsivo, so cosa trovare in qualsiasi centro
commerciale del pianeta. Il centro di
Granada è veramente carino e mi ricredo sul mio primo giudizio. Camminiamo in
una piazza, dove c’è un mercatino di Natale, con ai lati tanti negozi e bar, dietro
s’intravedono vicoli tortuosi, regno indiscusso di commercianti arabi sbarcati
da Tangeri. I prodotti che vendono sono quelli tipici dei Suk, ci teniamo un
po’ alla larga, il ricordo che abbiamo di Marrakech è che ci hanno trattato
come autentici polli da spennare. Ma qui scopriremo che è un’altra cosa questi sono
ispano-mussulmani. In piazza compro qualcosa, l’atmosfera è allegra e festosa,
una banda di Babbi Natale suona lungo le strade, ha tamburi, fisarmoniche e
chitarre. Sui marciapiedi è pieno di gitani che vendono biglietti della
lotteria. Questa della lotteria mi sembra un’autentica fissazione, ad ogni
angolo c’è qualcuno che vuole venderti quello che sostiene essere il biglietto
vincente, peccato che ogni singolo biglietto costa € 20,00. Non ce la facciamo a cenare compriamo qualche
dolcetto ad un forno, oltre a delle tisane e spezie in un negozio fantastico vicino
la Cattedrale. Su questo negozio avevo letto nei consigli di altri viaggiatori.
Dentro c’è qualsiasi cosa appartenga al regno vegetale, da solo o in mix. Qui
ho trovato una tisana ai fiori di arancio con passiflora, ananas e chissà
cos’altro, la beviamo praticamente tutti i giorni…. Un thè verde con altra roba
tipico “sapore di Granada” speziato all’inverosimile. Oltre a questo si può
acquistare curry, senape, harissa, cumino, noce moscata, menta, cocco, malva,
origano, zafferano, pepe in grani, curcuma, insomma tutto lo scibile delle erbe
e delle spezie. Sono tutti messi in grandi
sacchetti di iuta, e sono venduti a peso. Ci sono poi delle gelatine fatte con
delle cose incredibili, noi ne compriamo al rabarbaro, all’aloe, e al cocco.
Quella al rabarbaro, adatta per la digestione, è così forte che fa venire le
lacrime agli occhi. Non sono propri economici ma comunque sono irresistibili.
Se non fosse che Francesco mi ha minacciato, avrei comprato tutto. Siamo
stanchi, domani alle nove dovremo essere all’Alhambra, abbiamo prenotato i
biglietti sul sito. Torniamo in albergo, stanchissimi.
La mattina dopo
ci alziamo con la nebbia, la sierra Nevada sembra sospesa in aria. Ci mangiamo
qualche dolcetto e partiamo, In questa vacanza abbiamo scelto di non prendere
la colazione in albergo costa molto e fuori si trovano cose buonissime. Usciamo
velocemente pronti a esplorare il palazzo delle mille e una notte, armati di
telecamera, macchina fotografica e guida. Arriviamo in anticipo, e sarà perché
è inverno, ma non abbiamo problemi nell’acquistare i biglietti, c’è fila ma
niente di drammatico. Ci prenotano per l’entrata delle 10.30, qui le entrate sono
scadenzate, attendiamo per una buona mezz’ora insieme al nostro gruppo, saremo
circa una quarantina. La giornata volge al bello, c’è il sole, ma continua a
fare tanto freddo. La vista è anche da qui bellissima, Alhambra posta in alto
domina la vallata a cui piedi si prostra come un fedele servitore, Granada. Il
colle dove è stata costruita crea una separazione naturale, isolando, di fatto,
un posto ameno e sicuramente fresco in estate, dalla città affossata e gremita
di gente. A Granada in estate si raggiungono i quarantacinque gradi. Alle dieci e trenta entriamo dai tornelli e ci
troviamo nella prima stanza, ci siamo presi un audioguida. Il narratore della
macchinetta mi dice che questa prima stanza era quella destinata alle udienze
processuali, l’accesso da dove siamo entrati, probabilmente non era quello originario
e sembra che la stanza abbia avuto vari rifacimenti tanto che non si è riusciti
a risalire all’originale orientamento. Da questa prima descrizione mi rendo
conto che qui sarà duro capire e ricostruire il palazzo delle mille e una notte
che avevo sognato. Seguiamo la mandria di turisti, il percorso è obbligato non
possiamo fermarci abbiamo due ore di tempo per vedere tutto e non conoscendo le
distanze diventa una corsa. Entriamo e usciamo, da patii e stanze il posto è
sicuramente bello, ma non sento la magia, la guida spiega in maniera asettica,
mi consolo pensando che presto vedrò il patio dei leoni, l’immagine su tutte le
cartoline di Granada. Rimango colpita
dalla sala delle Comares, con due colonne altissime ed il soffitto in legno di
cedro intagliato e tantissime azuelos sulle pareti. Dappertutto ci sono scritte
in arabo che invocano Allah, fantastica questa scrittura sembra un ricamo.
Forse questo posto non è sufficientemente curato o forse tutta questa gente non
fa cogliere la magia ma c’è qualcosa che non mi convince. Altra stanza, vista
di corsa ma bellissima è quella delle due sorelle, la guida non spiega bene il
motivo del nome, sembra sia dovuto a due lastroni di marmo sul pavimento, ma
non può essere tutto. Mi dispiace che manchino le storie di vita, gli aneddoti
di questi posti, vedendoli così, sembrano privi di quel fascino tanto narrato
da renderlo una delle meraviglie del mondo. La mia delusione sarà presto
colmata da un inaspettato acquisto, ma di questo parlerò dopo…. Continuiamo ad uscire
ed entrare, e finalmente, in fila indiana ci dirigono al patio dei leoni. Mi predispongo
allo stupore, ma quando entro scopro che la fontana è in restauro, ci fanno
passare per un lato del patio attraverso travi, polvere ed operai, la fontana
di alabastro è completamente smontata, i leoni accantonati su un lato. Mi sto
arrabbiando, non capisco se questa visita è solo una fregatura. Usciamo e
attraversiamo il palazzo di Carlo V, qui finalmente ci possiamo fermare un po’
e ragionare. Questo palazzo voluto da Carlo V, e non sarà mai finito. Il posto
è bello dalle finestre si vedono in basso i tetti di Granada, anche se questa
costruzione sembra un intrusa rispetto alle altre. Vorrei stare di più ma Francesco mi dice che
dobbiamo correre il tempo scorre. E’ un casino girare con il cronometro sapendo
che questo posto non è solo un palazzo ma una cittadella. Usciamo seguendo le
indicazioni e ci ritroviamo su un sentiero che sale lungo la montagna. La giuda
continua parlare saliamo lungo il pendio che porta al Genaralife, la residenza
estiva dei sultani posta su una collinetta che sovrasta la cittadella dell’Alhambra.
Qui si rifugiavano i signori arabi quando faceva molto caldo. Lungo la strada
sterrata, tra dei giardini, passiamo davanti a due torri. La prima è detta dei
bambini, sembra che i bimbi stavano lì dentro protetti e curati da donne, poi quella
delle ragazze. La Torre de las Infantas, costruita nel 1445, è la meglio
conservata, è una piccola casa con banchi all’entrata per gli eunuchi, mentre il
piano superiore era riservato alle donne. Fu la residenza delle sorelle Zaida e
Zoraida. Proseguendo si arriva al palazzo superiore. Nel Corano il Paradiso è
rappresentato come un giardino alberato ed ombreggiato, dove i fortunati oziano
sdraiati sotto alti baldacchini. E’ questo è il Generalife un lussureggiante parco
con patios, giardini, interni, sentieri e giochi d’acqua, il nome significa il
giardino dell’architetto. La guida ci racconta che tra questi parchi si consumò
una storia di tradimento, nel Patio dei cipressi dove s’incontravano la moglie
del sultano Zoraya con il capo delle guardie Hamet. Di questo tradimento è
rimasto un tronco di cipresso di 700 anni. Questo fu anche il luogo
d’ispirazione di Bizet per la sua Carmen. Tra le meraviglie del Genaralife
rimango colpita dal Camino della Cascadas una scalinata, dove l’acqua scorre
giù dalle balaustre in pietra, sotto si trova il fiabesco palazzo estivo con i
suoi belvedere decorati. Questa particolarità era una raffinatezza per i
signori e le signore che così potevano godere, anche mentre salivano delle
scale, del suono gorgogliante dell’acqua, ritenuta una delle caratteristiche
del Paradiso Islamico. E’ favoloso, non so perché ma mi viene in mente che se
fosse stato fatto in Irlanda avrebbero ucciso l’architetto……. Passeggiamo con
una sensazione di serenità tra patii, fontane, giardini, questa parte è bellissima.
Abbiamo corso e in due ore abbiamo terminato il nostro viaggio. Sono arrabbiata
abbiamo perso la zona militare e non abbiamo apprezzato adeguatamente il
Palazzo sotto il Genaralife. In sostanza
siamo delusi.
Lasciamo l’Alhambra
con la sensazione che non abbiamo visto niente. Torniamo verso la città è
sabato pomeriggio, troviamo parcheggio in un posto incredibile, la solita
stradina stretta andalusa a senso unico e senza uscita che finisce in un
parcheggio, entrata ed uscita disciplinata da un tizio. Scendiamo anche perché
diversamente non sarebbe stato possibile tornare indietro. Siamo al parcheggio della
Vittoria, dopo Vicolo Stretto, ci sembra di vivere nel Monopoli. Ci
incamminiamo a piedi alla ricerca dell’Albayzin, il quartiere ebraico.
Francesco ha selezionato alcuni posti per pranzare. Attraversiamo il centro e ci troviamo nella
PLAZA NUEVA, piazza molto bella che si apre sulla parte antica sotto l’Alhambra.
Scorgiamo alla nostra destra un piccolo fiume con graziosi ponti in pietra che
collegano le due rive. Siamo nella parte più caratteristica ed antica di
Granada, suppongo che questo sia il posto amato da ragazzi, artisti e strippati,
insomma il nostro posto. Dall’alto domina l’Alcazar, la zona militare dell’Alhambra,
posta lì a difesa della cittadella dei signori arabi, primo e invalicabile
limite per la popolazione da basso. Plaza Nueva fu testimone del rogo di 80.00
libri dell’antica università mussulmana, durante la Reconquista. Nel rogo andarono
bruciati preziosi scritti dei più grandi scienziati, filosofi, medici arabi. E’
strano ma il comportamento è sempre lo stesso, i libri fanno paura ieri come oggi
ed è la prima cosa che finisce tra le fiamme quando scoppia una rivoluzione. Incominciamo
a salire sull’Albayzin di fronte l’Alhambra. Si sale su per dei vicoli
ciottolosi, sono quasi le due e sono discretamente stanca. Le case di questo
quartiere sono abbarbicate una sull’altra, tutte in calce bianca in perfetto
stile Moresco. Non ce la faccio più ho fame ed ho finito il fiato. Francesco si
è incaponito nel cercare un ristorante segnalato dalla guida: “Il LADRILLO”.
Sono sfinita vorrei fermarmi ad ogni piccolo ristorantino che incontro lungo l’ascesa,
ma non riesco a convincere Francesco. Sto perdendo tutte le speranze sono quasi
le tre e Francesco continua a cercare il posto con il navigatore, sembra un rabdomante
con il suo bastone in cerca dell’acqua. Quando ormai sono rassegnata, Francesco
trova il ristorante dietro un vicolo. E’ molto carino, ha una scala che sale ad
un piano superiore tutto decorato a mosaico. Per niente intimoriti dall’orario
i camerieri ci danno il menu, tra l’altro insieme a noi entrano un gruppo di
donne e due coppie. Noi siamo in imbarazzo
per l’orario e ordiniamo il menù turistico, tutti gli altri invece ordiniamo
alla carta per niente intimoriti come se fosse l’una. Noi finiamo in fretta abbiamo preso un pesce
bonissimo, mentre gli altri continuano a ingurgitare litri di birra
sganasciandosi dalle risate. Mentre Francesco paga, scendo per fare qualche
passo, dal piano di sotto sento cantare. Vado a vedere, nel bar del locale i
clienti cantano a squarciagola canzoni natalizie, nessuna nenia, sono tutte
rivisitate in maniera gitana. Feliz
Navidad è sola una delle tante ma qui anche Bianco Natale e Silent Nigth
diventano allegre e festose. Al banco ci sono due donne che cantano e ballano,
hanno bevuto diversi bicchierini e sono allegrissime. Mi sorridono e senza sapere
come mi ritrovo a cantare con loro, mi offrono da bere, Francesco scende e mi
trova con queste due nuove amiche, le tipe sono Imma e Carmen, è come primo
atto per sancire la nascita della nuova amicizia ci offrono un Chiupito.
Incominciamo a parlare ci chiedono del nostro viaggio. Raccontiamo della nostra
delusione rispetto all’Alhambra. Loro ci confidano che la porta più bella non è
aperta al pubblico così come alcune stanze, cortili, patii. Quella che ci hanno
lasciato è visitare la minima parte, ma la vera Alhambra è nascosta ai turisti,
ma ben conosciuta dagli abitanti di Granada che attraverso un complicato giro di
amicizie e parenti hanno modo di visitarla. Lo sapevo che doveva esserci un’Alhambra
nascosta, le mie sensazioni erano giuste. Rimango affascinata dalla forza e
allegria di queste due andaluse, che sempre più abbeverate ci dispensano altri
consigli di viaggio. Ci dicono di non andare a Sacro monte, il territorio dei
gitani. Le grotte, dove vivono, gli abiti le canzoni sono ad uso e consumo di
turisti che si illudono di essere capitati nel mezzo di una festa gitana, dove sono
coinvolti ed adeguatamente alleggeriti in mance o furti. Effettivamente la
nostra guida ci aveva avvertito, e dopo questa dritta ci convinciamo che forse
non è il caso. Riparte il giro degli shortini, questa volta a base di rhum, la
musica è sempre più a palla, così come la gente del bar che improvvisamente
inizia a cantare il “po’ pom pom pero”. Si balla, è una situazione fantastica,
io mi lascio trascinare in una sorta di flamenco con Imma, l’altra chiede a
Francesco notizie dell’Italia, siamo a dicembre e loro sono rimaste colpite
dalle lacrime del nostro ministro rispetto alle nuove disposizioni in materia
di crisi. Facciamo capire che a noi non ha prodotto alcuna emozione ma solo
rabbia. Loro sono altrettanto arrabbiate con il loro governo, si dichiarano di
sinistra e andaluse (sembra che una è rafforzativa dell’altra). Francamente qui
hanno un modo diverso di vivere la crisi e non ho visto in giro recessione.
Continuiamo a ballare ed abbracciarci con tutto il bar che è in delirio. Le due
andaluse, però devono andare via Imma lavora di notte, è una guardia giurata
all’Ospedale, e Carmen deve andare dal nipote. Ci scambiamo indirizzo e
telefono e si offrono di farci da giuda domani, saremo entusiasti, concordiamo
di scriverci per @ per i dettagli. Carmen mi regala un’immagine della Madonna
Andalusa, mi dice che è molto più forte della Macarena. Qui il campanilismo con
Santi e Madonne è una cosa seria. Ringrazio di cuore e lasciamo anche noi il
bar e l’Albayzin.
Scendiamo sono
le 19,30 e fa freddo, il parcheggio non è proprio vicino. L’appuntamento da
confermare è per domani a Plaza Nueva alle dieci, torneremo in albergo, invio
un messaggio ad Imma ed dopo un bagno bollente andiamo a dormire. La mattina mi
sveglia il PC con un messaggio di Imma, purtroppo bisogna annullare tutto ha
avuto una notte difficile, sono sette, trenta ed è appena tornata a casa. Che
delusione mi sarebbe piaciuto fare un tour fuori dai sentieri battuti dal
turismo di massa. Ma purtroppo non c’è niente da fare, domani ripartiremo e non
c’è tempo .
Decidiamo comunque di andare a Plaza Nueva. Fa un
freddo cane ci sono due gradi. Infreddoliti, decidiamo di andare nel bar dove
avevamo previsto di incontrarci con Imma e Carmen. E’ un bar famoso, il “Lisbona”
dentro è pieno di gente che fa colazione.
Ci ordiniamo una cioccolata, che abbiamo letto essere la specialità del
posto, ed, in effetti, è eccezionale, densa, morbida, vellutata, profumata, l’accompagniamo
ad un dolce grandissimo e zuccheratissimo. Dopo questa botta di calorie adatta
al freddo, andiamo a vedere la cappella reale, dove sono sepolti Isabella,
Ferdinando e Filippo il bello e Giovanna la pazza. Insomma tutta la famiglia c’
è anche il piccolo Michele. L’ambiente è piccolo e a pagamento, ma vale la pena
visitarlo, ci sono due grandi statue che riproducono le fattezze dei famosi
reali di Spagna, e nella cripta sono conservati i loro sarcofaghi, semplici in
stile monacale, come decise la cattolicissima Isabella. Guardo la sua corona, anche questa
semplicissima, la sua storia e quella della figlia è un romanzo appassionante,
Isabella sposò Ferdinando di nascosto, preferendolo ad un candidato indicato dalla
famiglia. Impose una vita dedicata al cattolicesimo più integralista. Diede vita alla Reconquista con la cacciata degli Arabi
dai territori spagnoli. Dopo la riconquista di Granada e la cacciata della
dinastia araba dei Nasridi, impose il
battesimo obbligatorio per Mori e d Ebrei (anche loro cacciati) introducendo
l’Inquisizione per riaffermare la purezza della Religione Cattolica. I feroci
gesuiti si occuparono di scovare e giustiziare con il rogo ebrei e mori che pur
se convertiti continuavano in segreto a praticare la loro religione. L’anno 1492 fu l’anno di Isabella con Colombo
e le Americhe, la conquista di Granada e dell’Alhambra. Uno dei quadri più famosi la ritrae nell’atto
di entrare a Granada con un Crocifisso in mano. Il favoloso mondo arabo con le sue bellezze
architettoniche e con le sue suggestioni artistiche però conquistò anche la cattolicissima
Regina che scelse di abitare nel favoloso palazzo e si fece seppellire nella
chiesa di San Francesco al Generalife, salvo poi essere spostata nella cappella
reale giù in città. Personaggio controverso e ricco di sfumature, non ebbe
problemi a mandare al rogo ebrei e mori, a istituire un governo votato al più
oscuro bigottismo, amò la figlia, ma non capì mai il suo affrancamento dalla
religione, il suo essere ribelle e appassionata. Ardore, fuoco, furore furono
il loro comune denominatore, Isabella verso Dio e la causa religiosa, Giovanna verso
l’amore carnale e profondo per il suo uomo, Filippo il bello. Tutte e due folli nelle loro ossessioni, ora riposano
nella città araba ed ebrea, conquistate dalla bellezza immaginifica del suo
Palazzo e dallo spirito che scorre nelle sue strade.
Terminata la
visita, usciamo ed andiamo nel suk di Granada. Dietro la cattedrale si aprono, infatti, piccole
botteghe gestite da arabi con oggetti, vestiti, borse e tutto quello che è
possibile trovare in un mercato di una città del Marocco. Facciamo acquisti trovo una borsetta di nabuk
molto carina, che a Marrakech avrei pagato il doppio, dopo estenuanti trattative.
Compro anche due CD di Flamenco da un tizio che suona seduto su un marciapiede,
suona divinamente ed è un piacere ascoltarlo. Acquisto anche un libro, preziosissimo
i “ Racconti dell’Alhambra” di Washington Irving, sarà la mia guida per l’Alhambra
che non ho potuto visitare e nei suoi racconti rivivrò la bellezza struggente e
romantica di questo posto. Sono quasi le due decidiamo di andare a pranzo,
scegliamo un ristorante, con la scritta “Andaluso”. E’ turistico ma non male,
certo prendere il gazpacho in inverno non è stata una grande idea, soprattutto
se fuori ci sono sei gradi. Ritorniamo verso Plaza Nueva, è uscito un timido
sole e questo posto ci piace tanto. Camminiamo lungo il muretto del fiume e vediamo
un cartello su un portone, l’avevamo notato anche il giorno prima ma il portone
era chiuso. Ci incuriosisce, vediamo entrare signore che escono dopo qualche
minuto cariche di buste che profumano di mandorle e pistacchi. Mi avvicino al
cartello, riesco a capire che lì vendono dolci. Entriamo nel portone e
scopriamo che siamo in un convento. Rimaniamo interdetti, c’è una ruota che
gira tipo quella degli esposti, con a lato un elenco di dolci corredati da foto
e descrizioni. Sono i dolci realizzati dalle suore di clausura di questo
convento. Non sappiamo come fare, usciamo,
ma poi ritorniamo sui nostri passi, abbiamo deciso di comprarli. Davanti a noi
ci sono due signore, studiamo tutto attentamente e quando tocca a noi spingo
Francesco verso la ruota. E’ imbarazzato non sa cosa fare gli dico di
avvicinarsi ad una piccola grata dove ho visto parlare le tipe. Francesco si
avvicina e chiama la suora, le dice “ Seniora” non è molto pratico di ordini religiosi…
Vediamo avvicinarsi l’ombra di un velo scuro. Attraverso la grata dorata, una
voce bassa e flebile chiede cosa vogliamo. Per fortuna ci viene in aiuto
l’elenco, scegliamo per non sbagliarci una confezione di dolci assortiti. La
voce oltre la grata ci dice di attendere un momento, vediamo girare la ruota.
Arriva un sacchetto con una grande scatola, la prendiamo e lasciamo 20 euro dando
un colpo alla ruota, altro giro ed arrivano 5 euro di resto. Saluto la suora
con termini appropriati memore degli anni al liceo San Sisto Vecchio di Roma. Usciamo e apriamo
la scatola, rimaniamo sopraffatti dal profumo di mandorle, gelsomini, pistacchio,
liquore di rose, anice, cioccolato, menta. Scartiamo qualche dolcetto, sono
tutti avvolti in cartine leggere e colorate, ci mettiamo seduti ed assaporiamo
queste delizie morbide che si sciolgono in bocca e ricordano i dolci arabi. Sono sapori assolutamente incredibili, i sensi
sono rapiti e cullati dalla dolcezza, e dal profumo. Rimaniamo con aria sognante
e gli occhi chiusi. Chiudiamo la scatola questa meraviglia dobbiamo
assolutamente condividerla con la famiglia, e ci imponiamo di non assaggiarne
più fino al ritorno a Roma, un’autentica impresa. Il posto è assolutamente da
visitare e l’aspetto coreografico dell’acquisto, aggiunge fascino e gusto ai
superbi dolcetti. E’ aperto solo la domenica per un ora dalle 16,00. Il posto
si chiama CONVENTO DE SAFRA della M.M. DOMENICAS a Carrera Del Darro 39. I dolcetti ci hanno
scaldato per un po’, ma ora con l’arrivo della notte, il freddo diventa
insopportabile, passiamo dall’altra parte del fiume e sentiamo da una finestra spalancata una chitarra che suona un flamenco, il suono
mi strega, rimaniamo per qualche minuto ad ascoltare, sento la magia dei profumi, suoni, sapori di questo posto, sono assolutamente
conquistata. Ritorniamo verso la
macchina, salutiamo Granada, domani Cordoba.
Torniamo in albergo, mi allungo su una poltrona e
parto per la mia visita privata all’Alhambra in compagnia di Irving. La storia di questo
libro è singolare il suo scrittore Washington Irving soggiornò in una Alhambra
abbandonata e dimenticata nel
1829.Quando arrivò la cittadella era abitata da
una popolazione di fuorilegge e senza tetto. Nel periodo che vi rimase ebbe modo di girare, scoprire i luoghi incantati,
le storie del Rosso Palazzo. Raccontò nel suo libro di questa residenza
dominata dallo splendore e dal lusso asiatico, vissuta come paradiso in terra,
ultimo baluardo dell’impero moro in Spagna;
qui sentì raccontare le storie leggendarie come quella dell’ultimo re arabo lo sfortunato Boabdil, El Chico per gli abitanti di Granada, della sua cacciata a seguito dell’ingloriosa sconfitta. Ma di storie e leggende questo
libro è pieno, storie meravigliose come quella della splendida regina Lindaraja,
con il suo giardino da sogno posto sotto un balcone we3 n.\. dal quale si affacciò tempo dopo una nuova
regina, Isabella di Parma. Leggo avidamente e
scopro che nel patio dei Leoni tra i vasi di alabastro che lasciano
cadere gocce diamantine si aggirano di notte i fantasmi di quattro mori, vagano alla ricerca di qualcuno disposto
a sentire dove è nascosto il tesoro arabo. Quello del tesoro fu un’autentica
ossessione per gli abitanti di Granada che lo
cercarono per anni convinti che
fosse stato nascosto in tutta fretta durante la ritirata dei mori. Durante il soggiorno di Irving le fontane ancora zampillavano come al tempo di Boabdil. Le storie, i dati di
questa città fortificata priva di grazia
all’esterno, e che non lasciava percepire l’eleganza e la bellezza del suo
interno, mi sono finalmente svelati, solo la guarnigione al suo interno contava
40.000 uomini. L’Harem reale aveva grate dorate attraverso le quali le
concubine potevano guardare senza essere viste. Bagni ricchissimi, stanze riccamente decorate dove riposavano la
concubine. Irving racconta che nella sala sottostante ad ogni lato vi erano
nicchie ed alcove con canapè ed ottomane dove riposavano i signori arabi,
dalla cupola sovrastante arrivava il ricambio d’aria e la luce diffusa mentre
dall’altra parte si sentiva lo scoscio dolce della fontana di Lindaraja. In questo palazzo Isabella di Spagna convocò
Cristoforo Colombo per redigere il trattato che portò alla scoperta
dell’America. Le vicende di questo palazzo mi rapiscono come le sue leggende, come quella delle “tre principesse”
o delle “statue discrete” o della “Rosa dell’Alhambra” o del “soldato incantato”….Mi
addormento lasciandomi trasportare in
questo mondo incantato.
La mattina partiamo
con calma, saluto il palazzo, le sue torri, cerco di scoprire il balcone il “
Mirador de la Daraxa” l’occhio della sultana, ma tutto è avvolto dalla nebbia e
come nei sogni della notte appena terminata
tutto scompare ma mano che ci allontaniamo Ci vorrà circa un’ora e un
quarto per arrivare a Cordoba. Il viaggio è tranquillo, attraversiamo la splendida Vega, con le sue morbide colline ricca
di ginestre, fichi d’india e piante di aloe, qui immagino al galoppo altezzosi
e impavidi cavalieri berberi in sella ai loro destrieri. Tra queste
colline c’è il paese dove nacque Garcia
Lorca, emblema tragico dello spirito andaluso. Io sono ancora in uno stato
ipnotico, dopo la lettura di ieri sera durata diverse ore, associo le
parole ai posti che ho visto, o solo
intravisto, restituendo grandezza e splendore ad una delle meraviglie del
mondo.
Cordoba
Arriviamo a Cordoba è
lì impazzisce il navigatore pretende che
passiamo attraverso un ponte pedonale, non contempla altre opzioni, lasciandoci
interdetti sul da farsi. Siamo costretti a chiudere e ad andare un po’ a caso, Cordoba è circondata dal
fiume con ponti e strade pedonali, dappertutto troviamo divieti di accessi al
centro della città, dove abbiamo il nostro
albergo. Ci aiuta la guida che ci racconta che per entrare in centro bisogna
trovare un accesso dove c’è un citofono
ed un “pisellone” sulla strada. Troviamo il posto Francesco esce e citofona,
dall’altra parte non risponde nessuno, ma magicamente il pisellone si abbassa lasciandoci
entrare nella città vecchia. Anche qui ritroviamo vicoli strettissimi, ma
niente a che vedere con l’incubo Siviglia. Facciamo qualche curva e ci
ritroviamo incredibilmente con la macchina sotto la Mezquita con le sue porte
dorate e gli archi. Ancora più stupefacente l’albergo che è a soli 10 metri. Un albergo lussuoso a quattro
stelle pagato 32 euro con Booking. Si
chiama il Conquistadores. Qui è tutto
perfetto il personale prende le valigie, le porta in camera, parcheggia la
macchina nel garage sotterraneo, del resto non ci sarebbe modo di
parcheggiarla per strada, a meno che non
la lasciamo dentro la Mezquita. Saliamo
in camera ed esco sul balcone, sono a pochi metri, posso quasi toccare una
delle porte dorate, mi sembra di sognare. Francesco è tutto preso dal posto e
mi tira con forza, vuole andare in giro. Scendiamo e ci addentriamo tra i
vicoli della Juderia, siamo diretti al ristorante “Raphael”, consigliato dalla
guida. Lo troviamo con facilità il
centro di Cordoba è piccolo. Dentro il locale è un tripudio di oggetti,
manifesti, filmati, dedicati alla corrida.
Scopro così che il grande torero Manolete era nato qui. Qui il rito
taurino è ancora molto sentito, c’è addirittura un museo dedicato al toro, con
oggetti, copricapi, teste di toro, code, banderilla, manti, noi
lo troveremo chiuso in fase di ristrutturazione, ma francamente non mi sento
così trasportata, anche perché le teste dei tori conservate nel museo, sono
quelle degli animali che hanno ucciso i toreri, considerate come delle divinità.
Penso che al toro vada sempre e comunque
male, o è infilzato o se riesce a far fuori il torero è comunque accoppato per diventare un nume tutelare. La tauromachia è una pratica antichissima, che
dalle regioni del vicino oriente antico arrivò a tutto il mediterraneo. Da Minosse con il Minotauro a Mitra. Il sangue
versato dell’animale attribuiva forza e potere. Sangue e religione si confondono e si
mescolano in Andalusia, toreri e tori ma anche Angeli, è qui oltre alla patria
del grande Manolete, tra l’altro ucciso da un toro, c’è anche l’Arcangelo Raffaele,
la guida caritatevole dei viaggiatori,
il guaritore delle religione cattolica. E’ il protettore delle città e da una colonna scruta e protegge Cordoba e i
suoi abitanti, non a caso qui tutti si chiamano, Raphael. Sacro e profano, vita, morte, sono componenti della vita andalusa
a, mai in antitesi, si fondono e mescolano insieme.
Camminiamo per le strade della Juderia e troviamo in una di
queste il museo dell’Inquisizione. Di questi pseudo musei ce ne sono un po’ dappertutto, del resto
ogni centro aveva il suo tribunale, con tortura di dotazione annessa. A me non
sono mai piaciuti, i macchinari mi fanno venire i brividi e mi danno la nausea
sono vere ed autentiche “ diavolerie” mi disgustano. Queste macchine eccitano
in maniera perversa unicamente gli uomini, che non a caso riservarono questi
“trattamenti” soprattutto alle donne.
Anche se qui il tribunale lavorò in maniera “diversa” si dedicò a
scovare e punire mussulmani ed ebrei. Fu n periodo di terrore con Isabella e
Giovanna, integralismo cattolico o anche
semplice delazione per vendetta,
rivalità, invidia portava alla denuncia di ebrei e mussulmani rei di praticare di
nascosto la fede di appartenenza. La tortura
per estorcere una confessione era una prassi consueta per quei
poveretti, a cui seguiva la purificazione del rogo. Aspetto per un bel po’ Francesco che si dilunga
nel museo, io sono uscita e rimango a guardare
qualche negozio della Juderia. Ci sono
botteghe graziose con oggetti
molto particolari. Finalmente Francesco
esce da quel posto orrendo lui ne è entusiasta e si dilunga in ricostruzioni orrende, io mi isolo
e cerco di non ascoltare.
Finalmente si zittisce davanti all’insegna turistica che indica
in un vicolo un museo Andaluso. In realtà
è una casa andalusa del periodo Nasride, il prezzo è esoso e forse non vale la visita, ma comunque apre
uno spaccato su quella che doveva essere la vita ai tempi degli arabi. Il dominio degli ispano-mussulmani fu potente e duraturo, anche se oggi quasi
completamente dimenticato, erano una nazione senza nome, una forza fulminea
che se non fosse stata fermata a
Tours “forse la mezzaluna oggi risplenderebbe
su Parigi e Londra”, come dice Irving. Un periodo florido e di pacifica convivenza religiosa, con grandi
scienziati e medici, una vita ricca e prospera assolutamente diversa da quella
che sarà in seguito con la Reconquista, dove al benessere e al progresso si sostituiranno povertà, miseria,
bigottismo, paura. Lontani dalle loro case questi arabi si affezionarono a
queste terre per loro dono di Allah è per questo lo abbellirono con il solo
scopo di rendere felice l’uomo che vi soggiornava. Fondarono il loro potere su
leggi giuste ed eque formando un impero che non fu mai eguagliato da quello
cristiano. La loro conoscenza, l’arte, si diffuse da qui in tutta Europa e le
loro università furono luoghi d’élite per gli studiosi Europei. Cammino e penso
che per queste strade passeggiasse il
grande Averroè. Lui era nato qui, filosofo, medico, matematico, sosteneva che religione e ragione non sono in
antitesi, da strade diverse tutte e due possano arrivare a Dio. Grande studioso
di Aristotele ne sosteneva la grandezza anche per i mussulmani. Questo pensiero
luminoso è ancora oggetto di discussione ai nostri giorni, dove religione e ragione camminano
su binari diversi lontani l’una
dall’altra, lasciandoci orfani di una conoscenza completa. Ma oltre Averroè,
qui vi erano grandi medici, filosofi,
astronomi, ricordati nei vicoli con busti
che li ritraggono con barba e turbante.
Assurdo che tutto
questo andò perduto con la Reconquista facendo precipitare la Spagna nel
fanatismo religioso ed in secoli di oscurità. L’annientamento del popolo arabo fu definitivo, sparirono gli
ispano-mussulmani uccisi o esiliati in
Africa destinati ad essere berberi,
persi e dimenticati tra le sabbie del
tempo. La loro amata terra adottiva che
occuparono per anni e che resero grande e bellissima li ricorda a malapena descrivendoli come invasori e usurpatori.
Cordoba è bellissima,
i suoi vicoli, la sua gente, i suoi illustri figli, a proposito da non dimenticare che Seneca e Lucano, nacquero
qui. Ma Cordoba è anche famosa per i suoi patii, purtroppo siamo in inverno e
non c’è quell’esplosione di fiori che vediamo nelle foto e cartoline, ma
nonostante tutto buganvillee in fiore e zagare occhieggiano da cancelli aggraziati con volute e merletti in ferro
battuto. I patii sono una caratteristica ed in estate sono celebrati con una festa che coinvolge
gli abitanti della città vecchia che si disputano il titolo di “patio più bello”.
Giriamo tutto il pomeriggio siamo alla ricerca
della Taberna più famosa di Cordoba, “Casa
Salinas”, a pranzo abbiamo assaggiato uno vino incredibile che sembrava un liquore, e che ci ha lasciato
senza parole, provocando un sorriso di apprezzamento da parte dei camerieri del
Raphael. Parlo della Montilla e noi
siamo alla ricerca del posto dove è possibile fare una degustazione.
La Taberna è ben
segnalata, entriamo con un po’ di timore, sembra un grande ristorante, ci viene
incontro una signorina che ci inviata a visitare le cantine. Visita imperdibile,
assolutamente bellissime, stipate di
botti di Montilla, sui muri firme di
turisti eccellenti, come presidenti, scienziati, attori, calciatori, oltre agli
immancabili Toreri. La cosa più straordinaria
è che le cantine non sono luoghi oscuri o umidi, ma sale decorate. Ritorniamo
all’ingresso e ci dirigiamo al bar qui è possibile degustare diversi tipi di
Montilla. Scopriamo che questo vino ad alta gradazione è prodotto
nell’entroterra di Cordoba, ed ha un
colore e scuro, al palato è denso, forte
e profumatissimo. Il cameriere ci fa assaggiare due diversi tipi facendoci
notare la differenza, a noi piacciono tutti e due, il problema è che sono
autentiche tranvate, a me gira la testa e sono costretta a comprare qualcosa da
mangiare per cercare di assorbire la gradazione alcolica. Decidiamo comunque di
comprare due bottiglie una per tipo, anche le bottiglie sono uno spettacolo.
Usciamo piuttosto allegri, vorremmo andare a cenare nella Cordoba moderna, ma abbiamo le
gambe molli, ci accontentiamo di andare vicino all’albergo, purtroppo capitiamo
in un posto dove si mangia male e si spende tanto, abbiamo fatto tardi è qui
nella zona vecchia le attività chiudono alla partenza dei turisti che per la
maggior parte vengono per una sola giornata.
Torniamo verso l’albergo, la Mezquita è di fronte a noi
illuminata come una sultana con i suoi più bei gioielli, misteriosa e magica ci
attrae e noi le giriamo intorno, è una notte buia senza luna e stelle, ma lei brilla attraverso l’oro delle sue
porte, e avvolge di mistero la piazza deserta. Saliamo in camera ed io esco sul
balcone per vedere ancora questa
meraviglia, vado a letto lasciando le tende aperte, appoggiata sul morbido
cuscino mi addormento guardando gli archi e la porta. Ci svegliamo molto
presto, dalla luce dei faretti, siamo passati alla luce del sole che colpisce
l’oro e i lapislazzuli dei mosaici, l’emozione è diversa ma bellissima. Ci siamo
svegliati presto, abbiamo scoperto che se entriamo prima delle dieci l’ingresso
è gratis, il motivo è che la Mezquita è la cattedrale di Cordoba è come tale
celebra la messa del mattino alle 9,00 e per loro è impensabile far pagare
l’ingresso ai fedeli che vogliono assistere alla Santa Messa. Mi viene da
ridere, ripenso alle chiese della mia città, Firenze, dove basta che varchi
l’ultimo gradino dell’ingresso e devi pagare fior di quattrini la cosa mi fa veramente schifo. Savonarola
aveva ragione…... Entriamo alle nove e
rimaniamo stupiti , ci ritroviamo in una selva di archi e colonne poste diametralmente
, sembra di essere in un labirinto, perdi il senso dell’orientamento e non riesci a definire lo spazio , colonne
ed archi si inseguono, e tu entri ed esci da corridoi. La luce filtra sembra di essere finiti in un
posto irreale. Camminiamo con Francesco senza riuscire a capire il senso del
posto che ci cattura. Ci allontaniamo dalle colonne e ai lati scopriamo nicchie
riccamente decorate da mosaici colorati, che sovrastano stridenti cappelle con
Santi, Madonna, Gesù Bambino, ecc. Siamo
stupiti da questa Moschea, che doveva essere un’autentica meraviglia, costruita
1200 anni fa, ha 856 colonne con capitelli diversi. Oggi è la Cattedrale di
Cordoba e quindi dedicata e piegata al culto cattolico. Devo essere sincera la
stranezza del posto mi attira è tutto così assurdo, camminiamo verso il centro
e lì troviamo tra archi e colonne, l’altare Maggiore, è l’ora della messa e
nella Moschea/ Chiesa si diffondono le note di un organo che non riusciamo a
scovare, è una sensazione intensa, dopo
la musica incomincia la litania della messa in Latino. L’acustica del posto è
incredibile, le voci ed i suoni
rimbombano tra le colonne, producendo tonalità che danno i brividi.
Francesco fotografa come un pazzo, io provo a raccapezzarmi ed incomincio a
camminare in circolo, così scovo il
Mihrab l’abside che normalmente è orientato verso la Mecca, qui invece è
orientato verso la Moschea di Damasco, una libertà dell’architetto Abd Al Rahman. Questa è una
particolarità da non sottovalutare, saper dove è la Mecca è sapere dove si deve
pregare, e in qualunque moschea del mondo
è un fondamento della pratica islamica.
Qui è ignorato dimostrando come
questi arabi si fossero affrancati da un certo tipo di religione. Dall’altro lato della Moschea sono conservate iscrizioni arabe, messali cattolici, libri
antichi. Non riesco a capire, in quel periodo, in questo posto, come in tutta
l’Andalusia, vigeva la libertà di culto, ebrei, cristiani, mussulmani vivevano gomito a gomito nel rispetto e fiducia reciproca, creando, di
fatto, una società multiculturale. Perché un’esperienza così unica è andata
perduta di chi fu la colpa, chi
distrusse questo mondo ideale, noi, …. Forse. E chi mi dice che il nostro
fanatismo religioso è frutto dei tempi antichi rispondo che la modernità non è rappresentata dall’evoluzione tecnologica ma
da quella delle coscienze, è da questo punto di vista noi siamo in pieno medio
evo, cechi, ottusi, villani, e ladroni, incapaci di offrire soluzioni. Della
Cordoba ispano-mussulmana rimangono selve di colonne ed archi, dove perdersi, e
da dove non si vorrebbe mai trovare la
via d’uscita. Usciamo dopo due ore, ancora esterrefatti e in omaggio al posto
andiamo anche a visitare la sinagoga. E’ rimasta poca roba, erano diverse ma è rimasta solo questa. E’ ora di partire, compriamo qualcosa, e
andiamo a salutare la Creatura alata che protegge questo posto. Siamo sotto EL
Triunfo di Rafhel, ringrazio di aver
visitato questo posto dove tolleranza, bellezza, sapienza, spiritualità hanno
saputo convivere per tre secoli.
Ripartiamo alle dodici, zero lasciamo Cordoba ripassando per il varco con il citofono.
Abbiamo ancora del tempo Francesco decide di fare una piccola deviazione, prima
di arrivare a Siviglia, facciamo una breve sosta a Carmona – Questa piccola
cittadina fu fondata dai cartaginesi, occupata dai romani è abbellita dagli
arabi, E’ graziosissima, anche qui vicoletti stretti con strade fatte di ciottoli. Francesco ha
trovato un ristorante posto sulla parte alta
era un vecchio mulino. Arriviamo alle 13,30 ma ancora non è aperto ci
dicono di aspettare bisogna aspettare all’arrivo del “Cabalerò
“ il cavaliere, supponiamo il proprietario, ci sediamo e rimaniamo un ora ad aspettare. Affamati e
stanchi senza che nessuno si sia fatto vedere, ce la svigniamo, tanto qui il cabalerò
non arriva e non si mangia.
Riprendiamo la
macchina, Siviglia è a una ventina di chilometri. Andiamo al solito parcheggio
al centro, lasciamo la macchina, e ci
infiliamo nella Taberna che si chiama Mezquita,
…… non poteva essere diversamente. Divoro pymentos e tortiglia nel frattempo mi arrivano notizie dall’Italia, dal mio ufficio. Mi dicono che la
mia azienda è in crisi che ci saranno esuberi, che noi dipendenti dovremo fare
sacrifici che la crisi strozzerà tutti. Ascolto e in quel momento prendo la mia
decisione, andrò via, ricomincerò da
capo, costruirò qualcosa di mio, questo posto mi ha infuso una forza e fierezza
che non credevo di avere. Andrò via e mi
prenderò anche un periodo sabbatico, per
pensare, scrivere, dipingere, vivere i miei affetti. Faccio un altro giro per la Cattedrale cerco il drappo con il bambinello bruno della
Feliz Navidad, ma è l’ora della siesta ed i negozi sono chiusi. Faccio un
ultimo saluto alla Giralda che con il sui rintocchi delle campane ci abbraccia, per le strade i bimbi escono
con le loro divise scolastiche, le ragazzine più grandi si atteggiano a vamp
con i loro kilt cortissimi che lasciano
scoperte le gambe. Bellezza, fascino, gioco della seduzione, passione, in Andalusia
sono cose importanti e che s’imparano
da piccoli.
Qui si chiude la storia di questo mio viaggio, cerco parole
conclusive che possano riassumere ed esprimere
le mie emozioni, le forti sensazioni, ma tutto mi sembra inadeguato. In aiuto mi vengono incontro i“ Racconti
dell’Alhambra” e nelle parole conclusive del viaggiatore, Washington Irving
mi riconosco:
“ Questi erano i miei pensieri mentre proseguivo il cammino
verso le montagne. Non mancava molto al momento in cui la Vega, Granada e
l’Alhambra sarebbero scomparse dalla mia vista. "Ciò concludeva uno dei
più bei sogni di una vita che al mio lettore potrebbe apparire forse troppo
intessuto di Chimere.”
Susanna La Valle
